06.04.11
Posted in , AUTISMO at 16:40 by Gilda Bertan
Anna è la mamma di un bambino a cui hanno diagnosticato un non meglio specificato “disturbo generalizzato dello sviluppo” Cercando altri pareri e sondando le varie possibilità di trattamento, la giovane donna rimane affascinata da una proposta americana: il suo bambino sarebbe un bambino indaco. Sconvolta dalla molteplicità di diagnosi, pareri e trattamenti, fugge in alta montagna con il suo bambino alla ricerca di silenzio e di pace.
Lì incontrerà chi, con garbo, saprà aiutarla ad accettare la realtà del suo bimbo, al di là delle definizioni.

RECENSIONI
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04.22.08
Posted in , PROSPETTIVE COSTRUTTIVISTICHE IN PSICOANALISI at 02:18 by Gilda Bertan
PROSPETTIVE COSTRUTTIVISTICHE IN PSICOANALISI
Il grande Freud è certamente figlio del suo tempo. Anche se, in epoca positivista, egli parla di inconscio, di un’istanza, cioè, che sfugge alla ragione, la sua teoria è supportata dalla concezione positivista secondo cui esiste una “vera” conoscenza, fondata sulla corrispondenza tra il pensiero e una presunta realtà oggettiva, posta “fuori”, cui il pensiero aderisce. Lo “scontro” tuttavia quotidiano di situazioni transferali e controtransferali (all’epoca teoricamente ancora fragili e poco articolate) insinuerà un qualche dubbio sulla figura dell’analista come garante neutrale di quella presunta “verità”. Come fa notare Jorge Luis Martin Cabrè (2006) tali preoccupazioni si rilevano, più che dai dati ufficiali, dai carteggi con i suoi allievi e collaboratori, in particolare con Ferenczi, allievo particolarmente dotato che già nel 1928, nel suo saggio “Elasticità della tecnica psicoanalitica“, introduce il concetto di “empatia”, intesa come “sentire- con” allo scopo di con-dividere per poter essere d’aiuto. Sarà poi la Klein(1946), di cui Ferenczi è stato il primo analista, a spostare il processo psicoanalitico su un piano relazionale, introducendo il concetto di identificazione proiettiva, divenuta poi, soprattutto con la successiva elaborazione di Bion, uno degli assi portanti della psicoanalisi e in particolare del modello di campo, anticipato dall’accento fortemente trasformativo con cui Bion connota il processo analitico. continua-la-letturadocxc.htm continua-la-lettura.pdf
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07.26.07
Posted in , Emozioni a fumetti, NARRAZIONI at 23:30 by Gilda Bertan
BERTAN, G. TELLATIN, E. (2000) Pubblicato in: PedagogiKa, n° 16 – Logos ed. Milano.
INTRODUZIONE
Uno degli aspetti peculiari del fumetto consiste nel dare, per così dire, visibilità al pensiero che sottende la parola narrata.
Quello di rendere il discorso animato, visibile e vicino all’esperienza è sempre stato, fin dai tempi antichi, un problema che ha afflitto coloro che, attraverso la parola, scritta o detta hanno tentato di comunicare qualche cosa agli altri.
Dice Seneca in una lettera all’amico Lucilio: “Se fosse possibile, il mio pensiero vorrei mostrartelo, anziché esportelo con parole”.
E Pavese ne “Il mestiere di vivere”: “… Questa è la mia inquietudine: sospetto per la parola che è al tempo stesso nostra unica realtà. Cerchiamo la sostanza di ciò che non ci convince: per questo esitiamo e soffriamo. Anche il mio libro “Lavorare stanca” ha oscuramente fatto questo. Cercava l’oggetto scarnendo la parola, tendeva cioè a una sostanza che non era più oggetto né forse parola.”
Se la lontananza della parola dall’oggetto che vuole rappresentare costituisce un problema per gli adulti, immaginiamo come sarà amplificata la questione per un bambino, il cui modo di pensare è soprattutto concreto.
Non stupisce, quindi, che il fumetto riesca a catturare l’attenzione del giovane lettore. Esso, infatti, con la sua immagine grafica, riveste di maggiore concretezza e vitalità la parola, che per questo viene recepita con più facilità e con maggiore immediatezza.
Quello che accompagna il fumetto è un disegno particolare, che appare molto diverso da un quadro o dalla rappresentazione compiuta di un paesaggio o di una situazione definita e già tutta raccontata. Ogni vignetta, infatti, con la sua tensione verso quella seguente, rappresenta una sorta di gesticolazione grafica, che nella nostra esperienza, abbiamo potuto riscontrare essere un modo tipico di esprimersi del bambino. Accanto, infatti, al disegno più strutturato della casetta con l’albero e le figure umane, alle volte il bambino accompagna il suo narrare con un tipo di disegno meno accurato, eseguito più velocemente, ma spesso altamente espressivo che assomiglia, appunto, al disegno tipico del fumetto.
ll carattere di insaturità del disegno del fumetto è più vicino al modo di essere dei ragazzi che sono e si sentono in continua trasformazione e in costante esplorazione del mondo che li circonda, ma, più ancora, del mondo che sta crescendo dentro di loro. Così, nel fumetto, la parola appare loro meno vuota; diventa ogni volta un atto creativo, un nome, appunto, ricreato e non soltanto ripetuto.
Il fumetto, dunque, rappresenta una modalità espressiva vicina agli atteggiamenti mentali del ragazzo; non solo, alcune considerazioni ci portano a riflettere su come esso sappia cogliere ed esprimere alcune trasformazioni di tali atteggiamenti.
La genesi di questo mezzo espressivo è inseparabile, infatti, dallo sviluppo della società industriale e, così, mentre analizziamo il fumetto dalla parte del fruitore, non possiamo sottrarci dall’avvertire, il peso che su di lui esercita il gioco della domanda e dell’offerta. Se l’offerta è cambiata, significa che anche la domanda è cambiata. Dobbiamo supporre, quindi, una trasformazione del ragazzo lettore. Il fumetto, quindi, è un medium che, insieme ad altri media, caratterizza e concretizza i mutamenti di questa nostra società dove l’immagine ha un peso rilevante. E non è solo una questione di “gusti diversi” . Come c’insegna Wigotsky (1966), il linguaggio influenza il pensiero e, come ci segnala Olson (1979), i media hanno un’influenza modellatrice sulla struttura dei processi cognitivi. La diversità del medium induce mutamenti importanti: la simultaneità, per esempio, delle rappresentazioni televisive, ha certamente influenzato nel bambino le categorie mentali dello spazio e del tempo e quindi i suoi processi immaginativi. Il confine tra lontananza e vicinanza geografica e temporale non è più così netto. Ora i miti del passato possono essere vissuti come molto vicini a noi, come può essere reso fantastico (nel senso di investito di fantasie), enfatizzato , mitizzato e posto in lontananza il personaggio vivente.
Nel fumetto, dunque, vengono accolti questi cambiamenti, anzi il fumetto è esso stesso espressione di tali cambiamenti. Come dice il filosofo austriaco Wittgenstain (1953): “Il linguaggio è il suo uso”, ed è nel suo uso che i segni e i simboli acquistano significato.
Occorre però operare alcune distinzioni tra media. Il fumetto, pur essendo, come altri media, un linguaggio in cui l’immagine è prevalente, opera nella mente del lettore delle sollecitazioni diverse rispetto al mezzo televisivo o cinematografico. Nel film, ad esempio, la finzione viene narrata con immagini e personaggi che all’apparenza sono molto vicini alla realtà. Questo cattura lo spettatore in un gioco di identificazioni con personaggi e avvenimenti “come se stesse vivendo veramente” quelle situazioni. Ciò può rendere l’elemento suggestivo prevalente rispetto a quello liberatorio, distensivo, in una parola, catartico.
Nel fumetto, invece, la lontananza degli ambienti e l’elemento caricaturale dei personaggi, rendono marcatamente evidente la finzione, permettendo proiezioni che giocano sull’ambiguità di diversità e verosimiglianza rispetto a trame e a personaggi.
Il fumetto, secondo noi, è diverso anche dai suoi cugini cartoni. In questi ultimi, infatti, il movimento rende il gesto della vignetta continuo e completo. Nel fumetto, invece, il gesto, che inizia in una vignetta, viene interrotto nel suo fluire, per concludersi poi nel riquadro successivo. Il divenire del gesto deve essere immaginato dal lettore che, come già faceva notare Rodari (1973), è chiamato a tirare in ballo la propria fantasia.
Un altro importante elemento introdotto dal fumetto è l’uso della caricatura. Così, come i personaggi viventi possono essere mitizzati, è pure possibile, con un po’ di umorismo, demitizzarli rendendo l’adulto “che sa tutto”, un po’ più vicino e un po’ più indagabile.
IL BAMBINO E IL FUMETTO
Il fumetto, come abbiamo visto, con il suo predominante esplicitarsi attraverso immagini, sembra agganciare soprattutto l’inconscio del lettore, quell’istanza che funziona in base ai poco mediati processi primari, gli stessi che vengono attivati nelle rappresentazioni oniriche, nei lapsus, nelle libere associazioni …….
Allora, attraverso un’ardita, ma speriamo non azzardata, azione “illogica”, diventa possibile accostarsi creativamente al fumetto come ad un mezzo espressivo, che, rivolgendosi alla parte profonda, meno strutturata del lettore, permette l’attivazione di catene associative, la comparsa di eventi accostati tra di loro talvolta sulla base dell’intuizione, della fantasia, dell’umorismo, la creazione di illuminanti momenti di insight, di improvvisa comprensione delle cose, spesso scaturenti da impressioni, sensazioni, immagini…..
Così, nei personaggi dei fumetti, il lettore può identificarsi, assumere dentro di sè una proprietà, una peculiarità di quello stesso personaggio che agisce quella determinata azione.
Il percorso della crescita è costellato di esperienze vissute, agite ma anche, ed in questo è racchiusa la ricchezza dell’uomo, solo pensate, immaginate, giocate sul piano simbolico…….
Le fiabe, i cartoni, i fumetti possono essere allora visti quasi come delle “protesi” del pensiero infantile che si distingue dal pensiero adulto perché impregnato di “animismo”, ovvero di quella peculiarità in base alla quale l’intenzionalità viene attribuita anche agli animali e alle cose.
Il fumetto per bambini è ricco di animali antropomorfizzati che si prestano a diventare i depositari di desideri e sentimenti altrimenti censurati sul piano della realtà, dato che il loro esplicitarsi concreto porterebbe inevitabilmente con sè angoscianti sensi di colpa. Attraverso le identificazioni plurime offerte dai diversi personaggi, il lettore può concedersi di vivere simbolicamente situazioni altrimenti minaccianti l’integrità dell’io.
Ad esempio, l’identificarsi del lettore con le indiavolate, iperboliche, incalzanti azioni reciprocamente demolitrici di Tom e Jerry, animali dalle caratteristiche psicologiche umane ed infantili, è facilitato dal costante sfondo umoristico; la distruttività di questi due animaletti risulta alla fine innocua, forse proprio perché caricaturale ed esasperata …….
La comicità che accompagna e scaturisce dalle loro sottili intuizioni, sfocianti in azioni sempre svantaggiose per il povero gatto, permette lo “sfumare” dell’aggressività che così viene vissuta come poco o per nulla colpevolizzante………
Da Imbasciati Castelli “La psicologia del fumetto”(1975) leggiamo:
“Il comico è una difesa che permette l’estrinsecazione di sentimenti che altrimenti sarebbero riprovati: ridendo ci si può permettere sia sconcezze sia villanie, cioè l’espressione di sentimenti libidici ed aggressivi che altrimenti risulterebbero assai sgradevoli: le immagini e le storie vengono così a configurarsi come una sorta di rappresentazioni pulsionali”
Il rapporto tra l’irascibile Tom e l’apparentemente indifeso Jerry, potrebbe mascherare la latente rivendicazione che spinge ogni bambino a desiderare, in alcuni momenti della sua vita, di diventare lui stesso il genitore autoritario di papà e mammà. Ecco che allora il gatto persecutore cade vittima delle azioni strategiche partorite dal quel minuscolo topolino dal cervello fino……
Questo bisogno si esprime in maniera ancora più narcisistica in Topolino che, con il suo efficientismo, riesce a catturare i criminali in-vece degli sbiaditi poliziotti che, nell’inconscio, possono rappresentare appunto i genitori.
Ovviamente la lettura che qui si dispiega è particolare, non ha alcuna pretesa di essere esaustiva e soprattutto non vuole “ostruire” ma anzi coniugarsi con gli altri arricchenti approcci al fumetto derivanti da altre discipline.
Continuando allora dalla nostra prospettiva, è forse possibile intravvedere nei fumetti di “buona qualità” un mezzo espressivo che, senza esclusione di altre forme, è in grado di facilitare lo sviluppo armonico della personalità del lettore.
Il bambino che popola l’attuale contrada storica si configura come un soggetto dotato di competenze innate, capace, in assenza di patologia, di contribuire in modo attivo al proprio sviluppo e di intraprendere con iniziativa la complessa “avventura amorosa” con il mondo.
Il processo che fa del bambino un essere individuato, separato, con una propria autonomia emotiva e di pensiero, si articola all’interno di una relazione con la madre inizialmente fusionale-simbiotica che , in condizioni di “normalità”, evolve ed apre a nuovi possibili arricchenti rapporti.
L’uscita dal “cerchio magico”, ovvero dalla relazione privilegiata ed esclusiva con la figura materna, è facilitata da importanti esperienze esplorative che permettono al piccolo di avventurarsi nel mondo esterno per sperimentarlo, a volte come accogliente e rassicurante, altre volte come minaccioso e pericoloso; ecco che nel fumetto, attraverso le azioni dei vari personaggi, il bambino vive, senza per questo sentirsi in pericolo, situazioni anche azzardate, tramite le quali può illusoriamente spingersi oltre i propri limiti.
L’esplorazione dell’ambiente esterno è resa possibile e facilitata dalla presenza di quello che Winnicott chiama l’elemento precursore del gioco, ossia l’oggetto transizionale, vero ponte tra il mondo interno e il mondo esterno, efficace sostituto materno, che consente di “essere in presenza della madre assente”.(1965)
Viene qui spontanea l’associazione con Linus e con la sua inseparabile coperta senza la quale sembra talvolta risultargli impossibile la sopravvivenza stessa.
Questo simpatico personaggio pare esasperare la componente emotiva, affettiva dell’essere umano, dato che rimane rigidamente vincolato a quello stereotipato rituale che lo spinge a cercare rassicurazione nell’autogratificante e regressivo succhiarsi il dito mentre, contemporaneamente, mantiene il contatto con la morbida coperta.
Linus continua ad essere amato da grandi e piccini forse perché l’identificazione del lettore con lui concede una rassicurante regressione all’epoca infantile in cui si potevano anche illusoriamente evitare gli ostacoli che caratterizzano invece la crescita….
Charlie Brown, altro pilastro portante della serie “Peanuts” dell’americano Charles M. Schulz, con l’inguaribile complesso di inferiorità, che lo porta ad isolarsi e a vivere degli inibenti sentimenti persecutori, concede al lettore la proiezione delle parti depressive, legate alle inevitabili sconfitte che costellano l’umana esistenza; gli aquiloni che costruisce, forse metafore dei suoi pensieri che vorrebbero svincolarsi dal senso del limite, non decollano mai, quasi a voler inesorabilmente amplificare le ineludibili frustrazioni.
La sua amica Lucy Van Pelt, bambina ipercritica, scorbutica e diffidente sorella del tenero Linus, si fa, quasi per contrapposizione, portavoce di una sterile razionalità che relega ancor di più Charlie Brown nel suo complesso di inferiorità, talvolta paralizzante e inibente.
Mentre l’identificazione con il tenero Linus concede al bambino e alla parte bambina del lettore adulto l’esplicitazione dell’insaziabile bisogno di affetto, l’identificazione con le azioni degli altri personaggi dei fumetti, rende possibile l’estrinsecarsi simbolico di bisogni altrettanto vitali quali l’autoaffermazione, l’attitudine al comando, il desiderio onnipotente di poter fare di più e meglio degli altri.
Molti animali con la faccia umana mettono in scena le consuete, ma non banali vicende familiari che si giocano spesso sul piano della tensione emotiva, della competizione, della gara…….
Ed è proprio caratterizzato dalla competizione (come già accennato a proposito della breve descrizione dei tratti di personalità del simpatico Topolino) lo scenario che fa da sfondo anche alle relazioni con Paperino, lo zio dei tre petulanti, instancabili, indiavolati QUI, QUO, QUA; ogni vicissitudine sembra, infatti, alla fine, sottolineare la goffaggine dello zio e, come conseguenza, enfatizzare l’indiscusso acume dei paperini.
Sul piano simbolico allora QUI, QUO, QUA spostano sullo zio il desiderio inconscio di superare i genitori e lo spostamento è funzionale all’evitamento del senso di colpa che conseguirebbe, invece, ad un attacco diretto ai genitori.
La generosità dei tre paperini maschera allora una sfida aggressiva con lo zio-genitore Donald Duck sempre declassato perché perennemente collerico, maldestro, sfortunato, incapace e quindi bisognoso di costante aiuto…..
Ancora citando Imbasciati Castelli (1975): “Questo soccorso benevolo è la maschera più perfetta per nascondere il sadismo infantile e la negazione maniacale del valore dei genitori”
Alla longanimità dei Paperini si contrappone l’ignobile attaccamento al denaro del vecchio usuraio Uncle Scrooge, l’identificazione con il quale permette di saturare quel bieco bisogno, che oscura l’umana natura, di accaparrare per sè, spesso a scapito degli altri, quanto di meglio la vita offre.
“Se perdo un miliardo al minuto, tra seicento anni sarò rovinato”. “A me piace nuotare nel denaro, come un pesce- balena scavarci delle gallerie come una talpa e gettarmelo in testa come una doccia!”, sono espressioni dimostrative della monotona, reiterata, granitica “fissazione” di Paperon de Paperoni ai “fantastilioni”, il cui accumulo desertifica però il “capitale relazionale” perché l’abbaglio del denaro gli impedisce di vivere gli affetti veri e di aprirsi ad orrizzonti nuovi.
Una buona strutturazione di personalità è conseguente ad una sana integrazione fra le diverse istanze istintuali, razionali e superegoiche (morali).
Essere nel mondo, porsi in relazione con l’altro comporta delle rinunce; è spesso necessario recedere dalla soddisfazione immediata dei bisogni più primitivi e rudimentali che possono venir rimossi oppure spostati su di un piano simbolico, compensativo. I personaggi dei fumetti con i loro tratti di personalità “esasperati” concedono al piccolo lettore di vivere degli appaganti e rassicuranti piaceri sostitutivi.
Per il bambino, il mettersi nei panni di un mitico eroe, di un soggetto trasgressivo, di un vecchio tirannico, può assumere un effetto liberatorio, di scarica delle proprie pulsioni ma anche, (qualora la trama si snodi attraverso l’incalzare di una esasperata ed esasperante azione) di sovraeccitazione, di condensazione della tensione emotiva.
Molti dei fumetti di nuova generazione nascondono, a nostro avviso, delle insidie perché propongono l’univoca tematica della illusoria compensazione nell’avere, nella soddisfazione del bisogno compulsivo dell’annientamento dell’altro, nella ricerca di stimolazioni sempre più intense e sature. L’ADOLESCENTE E IL FUMETTO
Parlare del fumetto in rapporto all’età della preadolescenza e dell’adolescenza implicherebbe una trattazione del tema stesso di tale periodo della vita; questo però porterebbe lontano dal nostro argomento . Ci si può limitare, allora, a considerare quegli aspetti di questa età che più, secondo noi, entrano in relazione con la scelta del fumetto come lettura interessante, spesso preferita.
Uno di questi problemi riguarda il modo dell’adolescente di sentirsi nel mondo o, forse, di non sentirsi. E’ esperienza di tutti noi l’immagine del ragazzo che sembra sparire nelle viscere del bagno, della ragazza che interloquisce con ogni specchio della casa, in attesa di una sua magica risposta. Gesti consueti, innocui fatti quotidiani, che stanno però ad indicare la difficoltà dei nostri ragazzi ad identificarsi , a vedere una continuità con i bambini di ieri, con il loro corpo di ieri e con i pensieri di ieri. Ogni giorno l’adolescente deve riconoscere assumere questo suo corpo che cambia, questi suoi nuovi pensieri, questi suoi strani umori, questo suo nuovo modo di essere nel mondo. Spesso l’adolescente, alla ricerca di un inedito volto, incontra nei coetanei la possibilità di proiettarsi in un’identità forte che è quella del gruppo.
Anche il fumetto, in una qualche misura, sembra assolvere a questa funzione. L’identità dei suoi personaggi è chiara e sicura; essa viene delineata da un’omogeneità narrativa che costituisce un filo continuo tra le variegate avventure dell’ eroe stesso e del suo mondo.
Basti pensare alle esclamazioni tipiche di ogni personaggio che lo rendono immediatamente riconoscibile e, come suggerisce Stefano Gorla(1998), facilmente citabile (“giuda ballerino” per Dylan Dog; “diavoli dell’inferno” per Martin Mystère; “per mille scalpi” di Zagor; “peste” per Tex…..). Gli amici di carta non hanno i problemi dei nostri ragazzi. Loro sono uomini tutti d’un pezzo, che non conoscono incertezze: sanno sempre come comportarsi e hanno sempre nascosto dentro alla manica l’immancabile asso, la mossa giusta e risolutoria. Anche le figure femminili escono vincenti: belle e appassionate, bisognose di protezione, ma all’occorrenza forti e perspicaci, sanno suscitare le simpatie di maschi e femmine. E che dire della mitica spalla? ( Java per Martin Mystere, Groucho per Dilan Dog, Calvin per Nik Raider, Legs e Sigmund per Nathan Never, Poe per Magico Vento). Essa sembra rendere più umano e accessibile l’eroe, ammorbidendone le durezze e costituendo quasi una sorta di tutore, che con le sue domande fornisce al lettore delle piste da seguire per capire meglio le trame, per ricomporre le tracce disseminate dai protagonisti, per allentare la tensione, con l’introduzione di elementi talora comici, talora buffi, spesso ironici. Tutti noi sappiamo quanto sia importante l’ironia nella vita di ogni giorno. Quello ironico è come un secondo sguardo sullo scenario della vita: un po’ più lontano, da un vertice meno contiguo ai fatti, può diluire tensioni , dare maggiore respiro e, ampliando la prospetiva, può farci cogliere quella visione d’insieme che ci consente di rimodellare la configurazione di avvenimenti e rapporti.
Il fumetto dunque come un gruppo di amici fedeli. Ma non solo; il fumetto, quel particolare fumetto, può diventare un elemento che accomuna vari compagni di uno stesso gruppo. Il linguaggio del fumetto, può rappresentare, allora, una sorta di idioma del gruppo stesso rendendolo ancora più coeso al suo interno e più misterioso nei confronti degli adulti che non ne conoscano la parola d’ordine. Nella condivisione degli stessi miti, i ragazzi si percepiscono uguali agli altri e ciò li fa sentire più sicuri di sé e senz’altro meno soli. Ed è proprio questa ricerca “dell’essere come” e del vedere se “vado bene così….se ho le misure giuste… se sono uomo abbastanza…”che porta il ragazzo a “spiare” per così dire, i personaggi del fumetto per fare (le enormi differenze lo consentono) debiti confronti.
Miti letterari hanno da sempre intessuto i sogni di evasione e di emancipazione di generazioni di adolescenti e, viceversa, figure di adolescenti hanno permeato da sempre la mitologia e la letteratura. Pensiamo alle figure mitologiche di Edipo, di Telemaco, a quelle letterarie di Gulliver nei suoi viaggi , di Gian Burrasca nelle sue avventure, di Sebastian nella sua “Storia infinita”… Questo induce a pensare all’adolescenza non solo “come età della crisi”, ma anche quale rappresentazione, in senso lato, della crisi dell’uomo. Come a dire che questioni , sogni, miti adolescenziali e, aggiungiamolo, anche qualche copertina di Linus, fanno buona compagnia pure agli adulti “Certamente lo stato di crisi” – come segnala Voltolin (1995) – “è maggiormente evidente nell’adolescenza che non in altre fasi dello sviluppo, ma solo perché il conflitto inter-generazionale attraverso il quale essa si afferma, la rende un problema sociale che investe massicciamente le strutture educative e, aggiungerei, la tolleranza genitoriale”.
Sì, direte voi, ma tutta quella violenza, quelle immagini “nere”, non lasceranno un pesante segno sui nostri ragazzi? E non sarà questo mondo di immagini violente a mettere i sassi in mano ai ragazzi per bene che si divertono a scagliarli dai ponti delle autostrade? E se i nostri ragazzi non sanno più perdere, non sarà perché sono fortemente identificati con i loro eroi di carta sempre vincenti?
Sono domande analoghe a quelle che, almeno trent’anni fa , il mondo degli educatori si poneva anche nei confronti delle fiabe, dei lupi che mangiavano le nonne, delle Cenerentole che con la loro dedizione si trasformavano in principesse, di sorelle malvagie che restavano a bocca asciutta. Poi si è visto che la fiaba ha una sua struttura e una sua funzione e che, come chiarisce la psicoanalisi, l’aggressività è una componente costitutiva dell’essere umano. Proviamo allora a ribaltare la questione: “Perché il ragazzo sceglie le immagini violente?”
Dobbiamo fare una considerazione: non soltanto le emozioni dei fumetti “entrano nel ragazzo”, ma anche i sentimenti del ragazzo vengono, per così dire, messi dentro al fumetto. Ed è molto importante ciò che il ragazzo può proiettare nel fumetto. Oltre alla trama, ai contenuti narrativi, il fumetto , proprio per la sua struttura per immagini (che non sono certo disegnate e montate a caso), va a raggiungere facilmente il lettore nei suoi sentimenti, nelle sue emozioni. La comunicazione è più immediata e viene subito recepita dal mondo fantastico e immaginario del ragazzo dove il pensiero non è ancora ben formulato, ma “vive” ancora sotto forma di immagini, di sensazioni, o, come dice Bion (1962), di “protoemozioni”, o ancora, come afferma Racalbuto (1994), sulla scia di Freud, di rappresentazioni di cose e non di parole.
Ecco allora che il ragazzo in questo spazio può porre quei suoi desideri segreti (perlopiù trasgressivi) che ad un livello più razionale difficilmente potrebbe assumere senza creare conflitti dentro di sé. Come affermano Imbasciati e Castelli, “questo avviene per tutti quegli elementi che, se da un lato forniscono gratificazioni istintuali, dall’altro evocano angosce e difese”. Sembra, infatti, che i fumetti svolgano questa funzione catartica e che l’assunzione di condotte violente abbia origini più profonde, da ricercarsi in sfere più personali o in elementi del sociale, piuttosto che nel rapporto con questo tipo di medium. Il fumetto , per molti versi, può essere assimilato alla fiaba; come la fiaba è infatti intessuto di elementi forzatamente irreali e improbabili; le azioni si svolgono in ambienti geograficamente lontani (paesaggi esotici, ambienti fantascientifici, navicelle spaziali…); i personaggi sono caratterizzati da tratti esasperati e caricaturali in cui ci si può in parte, ma solo in parte, riconoscere. Ed è appunto questo gioco di vicinanza e di lontananza, in trame e ambienti francamente irreali che rende possibile l’abolizione della censura e che attiva le strutture difensive profonde.
Non conosciamo studi recenti sulla funzione catartica del fumetto ; in Italia questa componente è stata valutata dal già citato studio di Imbasciati – Castelli (1975). In anni precedenti una simile tesi era stata sostenuta dall’Istituto di psicologia dell’Università Cattolica di Milano a proposito del cinema (1962) e, ancora prima (1954), rispetto allo specifico dei fumetti, la Bender sosteneva che essi potevano avere una funzione addirittura terapeutica al pari di altro materiale proiettivo (fiabe, burattini…..).
Attualmente, il panorama dei fumetti è senz’altro più ampio e variegato rispetto a quegli anni e forse meriterebbe un’ indagine psicologica più accurata. Qualche fumetto che ci è capitato fra le mani, ci ha lasciate un po’ perplesse per le scene di violenza proposte e per l’esasperazione di alcune scene di horror.
Forse, parlando di fumetti, bisognerebbe passarli in rassegna tutti in maniera più puntuale. Ma questo può costituire l’obiettivo di una ricerca, non certo di una relazione. D’altra parte già Imbasciati e Castelli mettevano in guardia rispetto ad un certo tipo di fumetto nero e pornografico. Questi, infatti, azionerebbero una reazione a circolo chiuso tra desideri illeciti e senso di colpa simile a quella di chi, avendo una fame incontenibile, mangiasse fino a non poterne più, tanto da vomitare e poi, svuotato, sentisse il bisogno di riempirsi nuovamente di cibo, scatenando la ripresa del processo.
Resta tuttavia sempre da chiedersi, e anche gli autori sopra citati se lo chiedevano, se i fruitori di tale materiale esasperato rimangano intrappolati in questi circoli chiusi per effetto della lettura stessa o non piuttosto se essi si avvicinino a questo tipo di lettura perché vittime di problemi che si collocano a monte. L’aumento della produzione esasperata in questo senso deriverebbe allora da un aumento della domanda. Se ciò fosse, i tratti psicopatologici degli eroi di china ,potrebbero essere indicativi del disagio stesso delle nuove generazioni.
CONCLUSIONI Allora, se come adulti ci riconosciamo ancora quella funzione che ha a che vedere con la “generatività”, con la capacità cioè di orientare le nuove generazioni, forse dobbiamo aiutare bambini e ragazzi ad accostarsi al fumetto con menti critiche, con attenzione vigile, con non sospettoso disincanto.
Un simile approccio permetterà al lettore di vivere, attraverso i personaggi, gli aspetti latenti e manifesti della personalità; di provare, come se fossero propri, sentimenti leciti ed illeciti; di sentirsi vicino e contemporaneamente anche lontano da quei vissuti; di agire compensatoriamente desideri altrimenti colpevolizzanti e quindi inibenti quali l’audacia, la ricerca, lo spingersi oltre, il credere nel potere edificante dello svago.
Sì allora ai fumetti purchè non assorbano in toto la dimensione fantastica del lettore che, soprattutto in età evolutiva, si alimenta anche di esperienze motorie vissute, di sogni ad occhi aperti, di pensieri non strutturati, di giochi giocati anche senza una trama preordinata.
Sostenere che i fumetti di buona qualità possono contribuire alla formazione del giovane lettore, non significa automaticamente censurare quelli di dubbia qualità i cui violenti protagonisti sono stati, forse troppo ingenuamente, additati come i principali moventi della aggressività distruttiva oggi dilagante.
Ogni personalità, infatti, si struttura grazie al concorso di molteplici fattori intrapsichici ed ambientali ed in seno ad un processo che si snoda in un tempo lungo; semplicistico e riduttivo risulterebbe allora considerare la violenza come un fenomeno che può venire improvvisamente attivato dal puro accostarsi alla lettura di un particolare genere di fumetto.
La stessa Mafalda, che celebra proprio quest’anno il trentesimo della sua entrata in Italia, bambina contestatrice, meditabonda, sostenitrice convinta del potere trasformativo dell’anticonformismo, mostra di dover ancora maturare nel tempo ,al fine di dare spessore alle sue originali ed alternative intuizioni, per giungere ad integrarle con coerenti comportamenti che le supportino.
Paladina indefessa della forza delle idee contrastanti le mode, gli stereotipi, la superficialità, anche lei, comunque, e per fortuna, cade talvolta nella trappola-bussola del senso comune; la seguente sequenza la ritrae in preda al panico perché fa coincidere la sua encomiabile, elevata, invidiabile “statura intellettuale” alla banalissima ma orientante variabile del “peso corporeo”!
Anche le ingenue considerazioni di Susanita, la conformista amica votata al matrimonio che Mafalda cerca invano di emancipare, sottolineano ulteriormente che la crescita, intesa anche come capacità di accogliere il nuovo, abbisogna di lunghi tempi di maturazione.
E comunque, così come scaturisce dalle considerazioni del tenace Manolito, che contrappone alla forza delle idee, sostenuta con eleganza da Mafalda, il misero, ma indiscusso valore del denaro, ogni cambiamento, per acquistare un senso, deve agganciarsi a valori forse opachi, ma rassicuranti perché… supercollaudati!
Speriamo che il nostro viaggio vi abbia condotto in luoghi, la cui esplorazione, anche se realizzata con mezzi (parole) a volte poco consuete, abbia potuto suscitare immagini, almeno in parte, riconoscibili perché vicine alla vostra esperienza di educatori. Vogliamo pensare che il nostro esotico “altrove” abbia profuso profumi ed essenze che, chi vive con i ragazzi sa cogliere ed annusare. Ci auguriamo, insomma, che la nostra “giungla” abbia ospitato le vostre riflessioni e soprattutto i vostri dubbi.
BIBLIOGRAFIA
Ancona L. Bertini M. Cfr. (1962) Effet de fixation de l’aggresivité provoquèe par des films à contenu emotif èlevè. In: Ikon (genn./luglio)
Bender L. (1954), The psycology of children’s reading and the comics, in: J.
Educ. Sociol. N° 18.
Bion, W.R.(1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. it. Armando, Roma 1972.
Gorla S. Gli artigiani dell’avventura. In: Letture. S. Paolo. Alba (CN)
Imbasciati A. Castelli C.(1975) Psicologia del fumetto. Guaraldi Rimini-Firenze
Olson D. R. (1974) Linguaggi, media e processi educativi. Tr. it. a cura di C.
Pontecorvo Loecher Ed. Torino (1979)
Pavese, C.(1964) Il mestiere di vivere. Il Saggiatore.
Racalbuto A. (1994) Tra il fare e il dire. Raffaello Cortina Editore. Milano.
Rodari G. (1973) Grammatica della fantasia.Einaudi, Torino.
Seneca (LXXV,2) Epistulae ad Lucilium.
Vygotsky, (1939) Pensiero e linguaggio. Tr. it. Giunti- Barbera. Firenze (1966)
Winnicott, D. W.(1965)Sviluppo affettivo e ambiente. Tr. it. Armando, Roma 1970.
Wittgenstein (1953) Ricerche filosofiche. Einaudi- Torino (1967)
Voltolin,R. (1995) L’adolescente tra solitudine e isolamento. In:Adolescenza e psicoanalisi. A CURA DI r. Voltolin A. P.P.
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Posted in , Fiabe - favole- storie, NARRAZIONI at 22:53 by Gilda Bertan
Gilda Bertan: FIABE, FAVOLE, STORIE (Lavoro presentato in un liceo sociale nel marzo 2000)
Raccontarsi fa parte dell’uomo. Da sempre, infatti, egli tramanda le sue vicissitudini, le sue imprese, le sue forti emozioni, le sue speranze, le sue credenze attraverso il raccontare che, di volta in volta, diventa mito, leggenda, fiaba, favola…Un tempo i racconti dell’uomo erano affidati alla voce e alla memoria: le trame passavano di bocca in bocca, talora arricchendosi, talora limandosi, talora impregnandosi di quella saggezza popolare che le rendeva “vere” anche se fantastiche. Le “storie” sono state immortalate nei libri dopo che generazioni di adulti le hanno narrate a bambini e ad altri adulti, sostituendo particolari in base al gusto, alle necessità proprie e degli ascoltatori e alla cultura di base in cui si inserivano; esse sono il prodotto, quindi, di un continuo scambio empatico tra chi narra e chi ascolta. Ciò ha connotato il racconto di una maggiore ambiguità (direbbe U. Eco) o, meglio, di quell’insaturità che ha poi permesso l’adattamento delle tematiche fantastiche alle situazioni di vita di ciascuna cultura e ai loro mutamenti.
Accanto, a questo “divenire”, adattarsi, mutare delle storie, possiamo però individuare tra di esse, in particolare tra le fiabe (anche se provenienti da popolazioni geograficamente lontane), delle sorprendenti analogie che provano un “sentire comune “ del genere umano. E’ esperienza di ognuno di noi la possibilità di identificarsi con i personaggi delle storie, anche se lontani, anche se immaginari…L’esperienza che avete fatto con i vostri lavori sul libro di A. Marcoli ne sono una testimonianza…
In quest’ottica, la fiaba, la favola, la storia rappresentano proprio “quell’ immaginario collettivo” (v. SCHEDA N°1) che ognuno può sentire come proprio. Le trame, le emozioni, le vicissitudini narrate nelle fiabe sono fatti che, in qualche modo riguardano ognuno di noi. Essi si perpetuano nelle storie quotidiane del “nostro duemila”, in quelle sussurrate tra i gesti frettolosi nei banchi di scuola, in quelle “gridate” nelle canzoni al Decò, ma anche dette o taciute, tra un ballo e l’altro, al ragazzo, all’amica del cuore… Fiabe o favole?
Comunque storie, le nostre.
Le possiamo riconoscere nelle classiche fiabe dei fratelli Grimm, di Andersen, di Perrault, di Collodi; le possiamo intravedere nelle “fiabe italiane” di Calvino e nel perspicace e umoristico raccontar favole di Rodari, ma anche nei delicati intrecci di Alba Marcoli a cui avete avuto modo di accostarvi.
Fiabe antiche o moderne favole?
Comunque storie, quelle di tanti…
Non so se i bambini siano così consapevoli del fatto che le fiabe e le favole (V. SCHEDA N° 2) parlino proprio di “cose loro”. Certo è che se la fiaba non appartiene a loro, loro appartengono sicuramente alla fiaba; basti guardare le loro espressioni “rapite” quando le stanno ascoltando…
Il linguaggio delle fiabe è lo stesso che informa il pensiero del bambino: un pensiero magico, dove gli eventi si piegano più alla logica del desiderio, che al principio di realtà.
Il “c’era una volta” iniziale conduce il bambino in un altrove che, proprio perché lontano dalle sue esperienze, può liberare in lui (identificato con i personaggi), quegli impulsi, quelle spinte aggressive, quei desideri di trasgressione e di onnipotenza che nella vita quotidiana sono censurati dal principio di realtà, dalle regole di convivenza democratica e dagli stessi processi di crescita.
Ecco allora che il bambino, immerso nel racconto, può essere il coraggioso protagonista (i protagonisti, si sa, sono tutti coraggiosi), ma può essere un po’ anche il cattivo, e un po’ anche la fata buona…
Nella fiaba, infatti, il bambino può fronteggiare/controllare, “proiettandosi” nei personaggi fantastici, i propri impulsi aggressivi e le proprie paure: l’orco divoratore, la strega misteriosa, il drago sputafuoco, il terribile lupo, diventeranno i nemici interni ed esterni da cui difendersi, ma anche armi con cui attaccare e attraverso cui veicolare la sua aggressività. Immedesimandosi nel racconto fantastico, può far fronte alla sua voglia (e al tempo stesso paura) di crescere, superando, assieme al suo eroe, ogni sorta di ostacolo. Egli può allora vivere in un mondo fantastico avventure appassionanti e terribili che simbolizzano i suoi conflitti interiori.
Le fiabe, infatti, con il loro linguaggio fortemente simbolico, a volte apparentemente illogico, si rivelano capaci di parlare al bambino dei problemi esistenziali più difficili. Lo scontro con il drago dalle sette teste, con l’astuto genio, con la perfida matrigna, con il terribile orco rappresentano le prove che inevitabilmente le vita riserva. Occorre attrezzarsi per superarle. Ma, si sa, nelle fiabe le cose vanno sempre a finir bene… e Il lieto fine comunica ai piccoli ascoltatori fiducia e sicurezza in se stessi e nel mondo.
Nelle fiabe, inoltre, i valori sono delineati con quella chiarezza che piace tanto al bambino. Nelle fiabe il mondo è ancora diviso in buoni e cattivi, in bianco e nero. Nelle fiabe, sì, che si capisce bene come “girano” le cose! Per il bambino impegnato a realizzare che nella realtà esistono anche i mezzi toni, i grigi, è davvero rassicurante tuffarsi in uno scenario diviso in due! Nelle fiabe, inoltre, l’apparenza non ha nessuna importanza rispetto all’essenza, alla sostanza: il ranocchio può trasformarsi in principe meraviglioso e Cenerentola nella più bella del reame. Nelle fiabe sì che c’è giustizia!
La gentilezza, la bontà e la generosità sono sempre ripagate bene, mentre la scortesia e la malvagità vengono punite; l’amicizia, la fedeltà e l’onestà sono sacre e rappresentano la strada per raggiungere la meta.
Finora ho parlato di bambini ma, detto fra noi, siamo sicuri che la fatica di crescere non riguardi un po’ anche voi? Dividere il mondo in bianco e nero, ammettetelo, qualche volta piacerebbe anche a voi…
E che bello sarebbe se in un uggioso giorno d’autunno, durante la più noiosa delle lezioni, vi colpisse un profondo e lunghissimo sonno e vi ritrovaste poi, in una radiosa giornata primaverile, tra le braccia del vostro mito preferito… sarebbe bello!..
Ma non è così semplice; in ogni fiaba che si rispetti c’è un bosco da attraversare, con le sue insidie, con i suoi lupi, i suoi orchi, le sue casette di marzapane e cioccolato ( come non pensare a i numerosi problemi alimentari della vostra età…)
Il bosco è luogo di confine, è luogo di passaggio; è un luogo dove ci si può nascondere per stare soli, ma dove ci si può anche perdere. Sì, bisogna fare attenzione al bosco! (Come non pensare alle favole in pasticche…)
Nelle fiabe vengono rappresentate, attraverso i ruoli e le funzioni, (V. SCHEDA N° 3) le varie caratteristiche degli intrecci e dei diversi personaggi; ce n’è per tutte le identificazioni!
E il nostro ipotetico bambino è proprio lì, in attesa, con gli occhi sgranati, il dito in bocca… che emozioni!… non gli faranno male?… Non si perderà anche lui nel bosco?…
Per fortuna c’è l’adulto lì, a leggergli la fiaba, a testimoniare, con la sua presenza che la fiaba finirà con il rassicurante “e vissero felici e contenti” e il mondo continuerà ad essergli amico.
La fiaba stessa, con i suoi segnali molto forti di entrata ed uscita, (c’era una volta, e vissero tutti felici e contenti) si colloca come dentro ad una parentesi che garantisce al bambino la certezza che i fatti non sono reali e avvengono in un posto e in un tempo molto lontani da lui.
Ma, più ancora di tali segnali, la rassicurante presenza dell’adulto accompagna il bambino nell’intreccio fiabesco, garantendo la possibilità di inoltrarsi in esso senza perdersi in terrificanti emozioni. E allora, guai a cambiare una parola alla solita fiaba, pronunciare la formula magica con un’intonazione diversa! Tutto dev’essere sotto controllo, nel più rassicurante dei rituali…altrimenti, si sa, i bambini fanno storie!…
E non è solo un divertente bisticcio di parole: i bambini fanno davvero storie; meglio: il bambino e l’adulto che racconta la fiaba fanno, per così dire, una loro storia; ed è proprio qui il bello delle fiabe. La stessa fiaba assume significati e sfumature diverse per ogni bambino, diventando una fiaba nuova, ma, più ancora, ogni fiaba diventa una piccola storia tra quei due che ogni sera se la raccontano. Lo stato d’animo di chi narra, la sua disponibilità, l’intonazione della sua voce, le emozioni che nascono lì in quel momento avranno ogni volta sfumature diverse e, probabilmente, è quella la vera storia.
Non solo; il pensiero del bambino molto piccolo è ancora immaturo e irreversibile. La fiaba fornisce, allora, un contenitore provvisorio dove possono venire immaginati, pensati e coordinati in una successione spazio-temporale dei pensieri prima impensabili.
Oltre quindi ad assumere quel carattere di universalità, di appartenenza ad un sentire comune (elementi base dell’empatia, della comprensione, dell’uscita dall’egocentrismo), la fiaba, passando per la coppia formata da colui che narra e da colui che ascolta, assume, per così dire, quel “marchio di fabbrica” che la rende “propria di quella coppia” e “unica”. Ed è proprio perché fiabe, favole, storie, possono rinnovarsi e acquistare infiniti significati all’interno delle relazioni che esse possono esplicare quell’effetto catartico (liberatorio) ad esse da più parti riconosciuto e, possiamo aggiungere, formativo del pensiero.
Pensate alle favole dalla Marcoli: la stessa favola è diventata una storia diversa per ognuna di voi, si è inscritta nei vostri vissuti, nei vostri racconti interiori, ha trovato sicuramente qualche mamma o papà interno che l’ha rinarrata, facendola diventare viva, vostra, riscaldandola con quel calore che è proprio delle esperienze vissute. Gli animali delle favole vi hanno prestato le loro ali ferite, le loro incertezze, la loro difficoltà a crescere, ma voi avete permesso loro di uscire dal libro e dall’anonimato per diventare personaggi veri con nomi, cognomi e (questo è davvero meraviglioso), con un futuro!
Per approfondire alcuni aspetti sociologici, vedi SCHEDA N°4
SCHEDA N° 1
IMMAGINARIO COLLETTIVO
E’ un termine strettamente legato a quello di inconscio collettivo e fa riferimento alle teorie di Jung, psicoanalista dell’epoca di Freud.
Tale termine si riferisce all’ipotesi dell’esistenza di un immaginario universale, comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli della terra.
L’immaginario collettivo è costituito da immagini originarie dette “archetipi”.
Jung, infatti, riprende il concetto di archetipo di Platone. “Secondo Platone l’archetipo è una sorta di modello originario delle forme di cui gli oggetti che possiamo esperire attraverso i sensi sono semplici copie e si può riferire anche alle idee presenti nella mente di Dio come modelli delle cose create.” (A. Grassi)
Jung definisce l’archetipo come “categoria a priori di esperienza e di conoscenza” e, nell’articolo “Riflessioni sull’essenza della psiche” afferma: ” Le rappresentazioni archetipiche alle quali fa da tramite il nostro inconscio [..] sono configurazioni estremamente varie che rimandano a una forma fondamentale” , dove la forma fondamentale, egli spiega, è l’archetipo in sé.
L’approccio junghiano alle fiabe emerge fin dalla prima edizione dei “Simboli della trasformazione” e arriva ad una formulazione più completa nella monografia: “Fenomenologia dello spirito nella favola”. Spiegando il suo pensiero sullo specifico, Jung scriveva: “Nei miti e nelle favole, come nel sogno l’anima testimonia di se stessa e gli archetipi si rivelano nella loro naturale correlazione come il formarsi, il trasformarsi, il conservarsi eterno dell’eterno senno” . Spiega Antonio Areddu: “ Nella concezione di Jung la fiaba è l’iter d’un cammino che muove dall’inconscio collettivo e che partecipa degli aspetti caratteristici di esso, racconta, infatti, storie individuali, descrive personaggi vivi e veri e contemporaneamente anonimi (un re, una regina, un sarto..); si pone nel tempo e nello spazio, ma nel momento stesso in cui li assume e postula come substrato dello svolgimento degli eventi, li relativizza, e li dilata, sin quasi ad annullarli (c’era una volta….ai confini del mondo…).
Le fiabe rappresentano gli archetipi nella forma più semplice, più genuina e più concisa. Nei miti, nelle leggende o in qualunque altro materiale mitologico più elaborato, noi scopriamo i modelli fondamentali della psiche umana, rivestiti di elementi culturali. Nelle fiabe, invece, il materiale culturale specificatamente
cosciente è presente in misura molto minore; esse riflettono, perciò, più chiaramente i modelli fondamentali della psiche….”.
SCHEDA N° 2
FIABE E FAVOLE
Spesso, nel parlare comune, si confondono fiaba e favola, credendole sinonimi.
Molto diversa è invece la loro struttura. Per la struttura della fiaba rimando alla scheda n° 3
Scrive Roberto Eynard :
“La favola è un genere di testo spesso proposto ai ragazzi, perché ritenuto di facile acquisizione, oltre che di incitamento morale. Di fatto, la favola per essere capita fino in fondo ha bisogno di un duplice tipo di lettura, una denotativa ed una connotativa. Alla prima di solito i ragazzi ci arrivano perché riferita a realtà quotidiane, a bestie e cose che, seppur parlanti, hanno un preciso riferimento nell’esperienza del lettore; per la seconda, è necessario possedere informazioni, capacità di astrazione e uso di simboli […]
Una lettura puramente denotativa ha scarso significato per una favola, ché il suo intento è appunto quello di mostrare in trasparenza, di far intuire senza dire, da Fedro a Rodari. Ogni favola ha delle radici profonde nella cultura che la genera; senza conoscere tale cultura, sovente è impossibile arrivare alla comprensione connotata: ecco perchè al lettore è richiesto un certo bagaglio di informazioni, e non solo lessicale.
Il limite di molte favole è che esse fanno ricorso a stereotipi culturali, presentando animali e personaggi secondo schemi precostituiti; il confronto con la realtà non sempre conferma questa impostazione ed è bene avvertire il lettore del pericolo che sta correndo (pochi sono gli autori che sfuggono a questo rischio).
La lettura denotativa si ferma a rilevare le caratteristiche esterne dei personaggi e delle situazioni, spesso esagerate e ridicolizzate nella stereotipia, mentre la lettura connotativa spinge all’individuazione del senso nascosto, del “cosa c’è sotto». Un riferimento alla realtà può evitare l’adesione incondizionata agli stereotipi culturali ed etici, mentre la richiesta di un giudizio di valore chiama direttamente in
causa il lettore perchè usi i suoi criteri valutativi.”
SCHEDA N°3
RUOLI E FUNZIONI
Nelle tradizionali fiabe di magia sono individuabili, sia pure con molte variazioni, alcuni elementi costanti, ovvero personaggi con caratteri fissi e situazioni che si ripetono da una fiaba all’altra e nello stesso ordine. Uno studioso russo, Vladimir Propp, ha dato a questi elementi ricorrenti il nome di RUOLI FISSI e FUNZIONI. Nelle sue opere, “Morfologia della fiaba” e “La trasformazione nelle fiabe di magia”, Propp ha identificato 7 ruoli fissi e 31 funzioni, cioè azioni ricorrenti. Non è detto che le 31 funzioni individuate da Propp debbano necessariamente comparire tutte all’interno di una stessa fiaba, ma va ricordato che esse seguono un preciso ordine di successione.
RUOLI FISSI, PERSONAGGI
Protagonista-Eroe: è sempre unicamente dotato di qualità positive.
Donatore: è colui che fornisce l’oggetto magico.
Aiutante: è colui che aiuta l’eroe, dopo averlo messo alla prova.
Mandante: è il personaggio che affida un compito all’eroe, mandandolo alla ricerca di qualcosa o di qualche persona.
Antagonista: è un personaggio del tutto negativo che si oppone all’eroe con atti di cattiveria e di malvagia tenacia.
Principessa (o altro personaggio cercato)
Falso eroe: è un personaggio-tranello che va smascherato.
FUNZIONI PRINCIPALI
Situazione iniziale: non è una funzione vera e propria, ma l’inizio della fiaba che introduce i primi elementi.
Divieto: all’eroe-protagonista è posto un divieto o fissato un ordine da rispettare.
Infrazione: il divieto viene infranto.
Tranello: l’antagonista cerca di ingannare la vittima.
Danneggiamento: l’antagonista reca danno a qualcuno.
Partenza dell’eroe: l’eroe parte per l’avventura.
Compito difficile: l’eroe deve superare delle prove.
SCHEDA N°4
SOCIOLOGIA DELLA FIABA
.”Le fiabe non si raccontano più, un grandioso patrimonio di letteratura orale fantastica sta morendo”. E’ quanto denuncia Cecilia Gatto Trocchi dell’Istituto di Studi Antropologici dell’Università di Perugia. “Il dialogo tra nonni e nipoti e tra genitori e figli – dice- rischia di morire del tutto, almeno dal punto di vista fantastico”. “La responsabilità maggiore – prosegue l’antropologa- è della televisione, che ammutolisce i grandi e assorda i bambini, impoverendo le relazioni affettive e indebolendo l’etica di gruppo. Sono i moderni mezzi del raccontare (tv, computer, film), insomma tutti gli strumenti della multimedialità, che hanno modificato il problema dell’intrattenimento infantile, diminuendo la comunicazione tra adulti e bambini. I giovanissimi, immersi nella vita “adulta”, fanno poco uso della fiaba. Eppure ogni volta che cinema e tv ne ripropongono l’ennesima elaborazione il successo è assicurato”.
Dunque il bambino denuncia ancora il suo bisogno di fiabe, ma a raccontargliele non è più la nonna o la mamma, ma un’assordante televisione che gli suggerisce già le immagini. Ma, forse, quest’ultimo aspetto lo potremmo far rientrare nelle modificazioni culturali che il raccontare stesso subisce “nel corso delle culture”.
Ma la solitudine in cui il bambino guarda la TV, la mancanza di interlocutori…. questo, sì, dovrebbe farci riflettere…
FIABE
FAVOLE
STORIE
Ermenegilda Bertan
Bassano, marzo 2000
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06.24.07
Posted in , AUTISMO, Autismo e Pensiero at 23:48 by Gilda Bertan
Da qualunque angolazione lo si guardi, a qualunque teoria sulle cause si faccia riferimento (organiche o no), non si può non sentire l’inafferrabilità del bambino autistico, come non si può non essere d’accordo sul fatto che il disturbo autistico, da un punto di vista del fenomeno osservabile, si presenta, anche e soprattutto, come problema di interazione. E che la vita relazionale sia l’ambiente conoscitivo per eccellenza sembra confermato dai numerosi studi sperimentali nell’ambito della psicologia dello sviluppo. Allo stesso modo, studi di neurobiologia, rafforzando la teoria della plasticità del sistema nervoso, guidano l’attenzione sull’influenza dell’ambiente.
Volevo a questo proposito precisare che (come molti altri piscoterapeuti come me ad orientamento psicodinamico) non escludo la possibilità di un “disordine organico” corrispondente al disturbo autistico.
Numerosi studi di neurobiologia hanno rafforzato la teoria della plasticità del sistema nervoso: si è visto che i contatti sinaptici sono strutture passibili di modificazioni anche nella vita extrauterina e tali modificazioni sono in stretto rapporto con l’ambiente (inteso come ambiente psicosociale e di accudimento) che si pone con l’individuo in formazione in termini dialogici.
E’ dimostrato, infatti, che l’ambiente, stimolando determinate funzioni comportamentali, è in grado di modificare la struttura dei neuroni. Esperienze di psicoterapie con il bambino organico, evidenziano la possibilità di modificazione di tracciati elettroencefalografici mediante interventi psicologici.
Ma come si sviluppa la mente umana? GUARDA LE DIAPOSITIVE
E’ evidente che per qualche fattore (del corpo o della mente) qualche passaggio di quelli prima visti non ha funzionato. Nel lavoro con il bammbino occorre allora mirare alla costruzione di quegli strumenti che le sue vicissitudini gli hanno negato.
Come? Seguendo vie il più possibile vicine a quelle naturali, evitando gli addestramenti fine a se stessi. Ad esempio, non ha molto senso sottoporre il bambino autistico ad estenuanti esercizi al fine di farlo parlare se lui non ha alcuna motivazione a comunicare con gli altri.
E’ necessario prima portarlo a sentire il bisogno e il piacere di incontrare l’altro, di raccontare qualcosa all’altro. Per questo è di fondamentale importanza favorire lo sviluppo dell’IDENTITA’ NARRATIVA, che parte da molto lontano.
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Posted in , AUTISMO, Identità narrativa at 23:47 by Gilda Bertan
É chiaro che l’essere umano ha consapevolezza di incontrare l’altro nel momento in cui può percepirsi come persona, almeno in parte, separata; come però è altrettanto chiaro che ci si sente separati nel momento in cui si percepisce l’altro come altro da sé. Il processo, dunque, è complesso perché è necessario riconoscersi soggetto invariante di esperienze che fluiscono e variano. Ciò implica l’acquisizione di un senso di continuità esistenziale, unitamente al concetto di costanza dell’oggetto e a sentimenti empatici.
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E’ soprattutto nell’incontro con l’alterità e nel bisogno/piacere di “raccontarsi” a lui che tutti questi elementi si integrano.
L’uomo, narrandosi, integra in uno sfondo stabile quegli aspetti peculiari di sé, che lo rendono unico e irripetibile.
Tenere presente questo, introduce l’importanza della narrazione come strumento terapeutico; narrazione non soltanto ricostruttiva, ma anche e soprattutto costruttrice di senso.
Per arrivare all’identità narrativa è necessario, dunque, viversi in un “continuum esperienziale” e percepire l’altro come portatore di sentimenti simili ai propri.
Sembra a tutti chiaro che il bambino autistico evidenzia seri problemi a questo livello. Ciò viene rilevato non soltanto in ambito psicoanalitico, ma anche da chi lavora con altre metodologie. Così si esprime Gillberg (1998): “Non crediamo più quindi che l’autismo si possa considerare un’unica patologia, ma che rappresenti un gruppo di patologie che comportano problemi empatici molto gravi […]”.
L’importanza dell’empatia è messa in luce anche dalla recente scoperta dei “neuroni a specchio. Questi neuroni, scoperti nella scimmia, hanno la proprietà di attivarsi nello stesso modo sia quando la scimmia compie una azione, ad esempio prende un oggetto; sia quando la scimmia vede un altro individuo, un’altra scimmia o un uomo, compiere la medesima azione. Si attiverebbero, (benchè in maniera meno intensa), anche nel caso in cui il soggetto senta soltanto un suono associabile direttamente all’azione stessa.
Insomma: l’essere umano è “programmato” per interagire ed è favorendo l’interazione che alcune condotte del bambino autistico vengono a modificarsi.
Per approfondire vai a http://www.esplorautismo.it/
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Posted in , AUTISMO, Costruzione di storie nel lavoro con bambini autistici at 23:46 by Gilda Bertan
La tecnica della psicoteraia con i bambini è in continua evoluzione, la tecnica della psicoterapia con i bambini autistici è una continua ricerca.
Cercherò di spiegare questo facendovi entrare nella stanza dove lavoro con questi bambini.
- IL BAMBINO NON VIENE STESO SUL LETTINO
- È UNA STANZA DA GIOCO, DOVE IL BAMBINO PUÒ SCEGLIERE DI GIOCARE (SE NE È CAPACE) O COMUNQUE DI ESPLORARE GLI OGGETTI PRESENTI
- SE SONO BAMBINI MOLTO PICCOLI, LAVORO SEMPRE CON I GENITORI PRESENTI
- NON INTERPRETO MAI !!! (PERLOMENO NEL SENSO CLASSICO) LE INTERPRETAZIONI DI TIPO PSICOANALITICO RIMANGONO NELLA MIA MENTE A TENTARE DI MAPPARE IL CAMPO, LA RELAZIONE, IL MONDO INTERNO… E SI MANIFESTANO AL BAMBINO ATTRAVERSO UN PERSONAGGIO, UN GIOCO, UN GESTO DI MAGGIORE O MINORE VICINANZA….
- AIUTO IL BAMBINO AD INTERPRETARE IL MONDO
- AIUTO IL BAMBINO A RICONOSCERE E A NOMINARE LE SUE EMOZIONI
- SONO CONVINTA CHE OGNI BAMBINO AUTISTICO ABBIA IL SUO PROPRIO AUTISMO E LA SUA PROPRIA STRADA
- SONO CONVINTA CHE TUTTI I BAMBINI DEL MONDO, COMPRESI QUELLI AUTISTICI, NON VADANO MAI “AMMAESTRATI” COME LE SCIMMIE
- PERCHÉ “MATURINO” E “IMPARINO” VANNO SEMPRE SEGUITE VIE IL PIÙ POSSIBILE VICINE AI NATURALI PROCESSI EVOLUTIVI
Nella terapia cerco di propormi al bambino con una funzione di contenimento e di trasformazione. Questo non tanto per sostituirmi ad una madre, che con arroganza presumerei inadeguata, ma perché è da una situazione interattiva di contenimento e di trasformazione che nascono la propria soggettività, lo spazio mentale, la capacità di simbolizzare e il pensiero.
Per promuovere la tessitura di quello “sfondo integratore” , di quella continuità esperienziale, indispensabili per la crescita dell’essere umano, mi pongo come voce narrante. Cerco inoltre di essere legame, ordito per una trama che altrimenti si sfilaccerebbe, melodia che dona senso ai suoi ritmi senza fine e alle sue stesse risposte e azioni nei confronti del mondo. Cerco di attivare alcune funzioni materne. La funzione della madre è, come suggerisce Bion, quella di contenitore. La sua superficie è concava. E nel cavo materno l’angoscia si mitiga, l’esperienza si trasforma per tornare poi, metabolizzata, al bambino dove, un po’ alla volta, si formeranno altre cavità, le sue, pronte a trattenere e a far sedimentare l’esperienza e, più avanti, a narrarla. Se non ci sarà la crescita di questa funzione, gli esercizi di logopedia con cui tenteremo di ammaestrare questi bambini correranno il rischio di essere vuota ripetizione di suoni
A mano a mano che la terapia procede cerco di aiutare il bambino a”narrarsi”; ritengo, infatti, che l’identità narrativa sia la conquista che permetterà al bambino di proiettarsi nel mondo e nel futuro. Il bambino può narrarsi in vario modo. Se possibile cerco, tuttavia di arrivare alla costruzione di storie, attraverso le quali cerco di trattenere, di non far scivolare via l’esperienza in modo che il bambino si senta attore del prima dell’adesso e del dopo di quell’evento.
Il bambino autistico, infatti, ha bisogno non tanto di ricevere le interpretazioni psicoanalitiche, ma di essere aiutato ad interpretare il mondo.
Tuttavia, “essere con l’Altro” pone pur sempre una sfida ermeneutica. In questo senso l’incontro con l’Altro è anche interpretazione.
Penso comunque che con qualsiasi metodica, i risultati ci siano là dove la relazione è costruttrice di strumenti per dare un senso al mondo e al proprio esserci in esso.
Ritengo quest’ultimo il punto cruciale che potrebbe unire tutti coloro che si occupano di autismo e, a partire da qui, a seconda del tipo di esigenza del bambino, proporre un percorso differenziato.
Ecco un piccolo esempio di costruzioni di storie con Federico. In questa fase cerco di fissare con immagini e parole semplici ciò che lui mi “racconta” in seduta “giocando” Qui Federico ha 5 anni.
GUARDA LE DIAPOSITIVE
Ora è passato qualche anno e Federico può iniziare a disegnare le sue storie
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Posted in , AUTISMO, Autismo cos'è at 19:00 by Gilda Bertan
Negli ultimi anni si assiste, finalmente, ad un crescente interesse verso il problema dell’autismo.
Questo, tuttavia, anziché fare luce sulla tematica, spesso genera confusione e incomprensione tra gli specialisti e gli operatori del settore.
I genitori che si trovano a vivere il problema vengono investiti da una valanga di proposte contrastanti e ne rimangono quindi disorientati.
Spesso il modo in cui vengono avvicinati alle varie “teorie” è drammatico: ognuno propone la sua VERITÀ come UNICA, ASSOLUTA e INSOSTITUIBILE.
E così, mentre si continua a gridare allo scandalo per la frase “madre frigorifero” pronunciata da Bettelheim, le nuove madri si riempiono di altre angosce e di altri sensi di colpa per non aver scelto la terapia giusta o per non aver messo il proprio figlio nelle mani del giusto luminare.
Crediamo che sia giunto il momento di guardarci sinceramente negli occhi.
Abbiamo dei buoni risultati con il metodo x? Benissimo.
Confrontiamoli.
Cerchiamo i possibili fattori comuni che attraversano metodi diversi e che comunque portano a buoni risultati.
La ricerca non crescerà se ognuno coltiverà il suo praticello con le sue sementi, se ogni gruppo continuerà ad autoconfermarsi in celebrativi convegni omogenei, in cui ci si continua a dire “quanto bravi si è” e quanto “aberranti” siano le proposte altrui.
Ma che cos’è l’autismo? GUARDA LE DIAPOSITIVE
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06.23.07
Posted in at 17:35 by Gilda Bertan
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02.20.07
Posted in , Il Triangolo Primario at 17:15 by Gilda Bertan
Gilda (psicologa, psicoterapeuta)
Vorrei fare assieme a voi delle considerazioni sulle interazioni nella triade “mamma, papà, neonato, alla luce delle ricerche esposte sul testo “IL TRIANGOLO PRIMARIO” di Elisabeth Fivaz-Depeursinge e Antoniette Corboz-Warnery comparate con “polifonie” presenti in
altre culture, e con i risultati di osservazioni condotte con il metodo psicoanalitico dell’infant observation.
Ci soffermeremo a considerare l’importanza della figura del papà nei primissimi anni di vita della creatura umana. Ma proprio i primissimi. Focalizzeremo, infatti, le possibili interazioni tra papà e neonato (ma non solo).
In questi ultimi anni, a partire dalle scoperte di Freud, il neonato ha acquisito sempre maggiore importanza. Non è più considerato un esserino che non capisce e non sente, ma un essere umano, in evoluzione sì, ma con già tutte le caratteristiche dell’uomo.
Il padre. Solitamente si pone l’accento sulla sua importanza soprat-tutto in funzione del sostegno che può dare alla mamma…. Vedremo, invece, da queste ricerche che cercherò di esporvi, che il neonato può benissimo interagire da subito direttamente col papà.
Come sostiene D. Stern, Il neonato è predisposto per una interazione “polifonica” con l’ambiente.
In altre culture da noi considerate primitive, questo lo sanno già da secoli. CONTINUA LA LETTURA.pdf -GUARDA LE DIAPOSITIVE
*(Lavoro presentato al Convegno “Il Femminile Oggi”, di cui sono
in uscita gli atti)
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