INDICE:

PROSPETTIVE  COSTRUTTIVISTICHE  IN  PSICOANALISI

L’INFANT RESEARCH

 L’INTERSOGGETTIVISMO

L’INDIRIZZO FENOMENOLOGICO

 IL MODELLO DI CAMPO

L’IMPLICITO, L’ESPLICITO, IL NON FORMULATO E L’INCONSCIO

 DANIEL N. STERN

DONNEL B. STERN

 

 

 

 



 

 

 

 

 

PROSPETTIVE  COSTRUTTIVISTICHE  IN  PSICOANALISI

Il grande Freud è certamente figlio del suo tempo.  Anche se, in epoca positivista, egli parla di inconscio, di un’istanza, cioè, che sfugge alla ragione, la sua teoria è supportata dalla concezione positivista secondo cui esiste una “vera” conoscenza, fondata sulla corrispondenza tra il pensiero e una presunta realtà oggettiva, posta “fuori”, cui il pensiero aderisce. Lo “scontro” tuttavia quotidiano di situazioni transferali e controtransferali (all’epoca teoricamente ancora fragili e poco articolate) insinuerà un qualche dubbio sulla figura dell’analista come garante neutrale di quella presunta “verità”.  Come fa notare Jorge Luis Martin Cabrè (2006)[1], tali preoccupazioni si rilevano,

 

più che dai dati ufficiali, dai carteggi con i suoi allievi e collaboratori, in particolare con Ferenczi, allievo particolarmente dotato che già nel 1928, nel suo saggio “Elasticità della tecnica psicoanalitica“, introduce il concetto di “empatia”, intesa come “sentire- con” allo scopo di con-dividere per poter essere d’aiuto. Sarà poi la Klein(1946), di cui Ferenczi è stato il primo analista, a spostare il processo psicoanalitico su un piano relazionale, introducendo il concetto di identificazione proiettiva, divenuta poi, soprattutto con la successiva elaborazione di Bion, uno degli assi  portanti della psicoanalisi e in particolare del modello di campo, anticipato dall’accento fortemente trasformativo con cui Bion connota il processo analitico.
Ma sarà con la “crisi” del pensiero positivista, che verrà a cadere l’utopia di una scienza indipendente dal tempo, dalla storia e dalla teoria stessa. La fisica quantistica e i suoi legami con la Gestalt, con la loro inclusione nel campo osservato dell’osservatore stesso, influenzeranno significativamente il pensiero dell’epoca.
 L’epistemologia di Popper, nel dopoguerra, asseriva che la scientificità di una disciplina non dipende dall’osservazione neutra dei dati e dal metodo induttivo, perché l’osservazione non è mai neutra, ma avviene sempre all’interno di una teoria “a priori” dell’osservatore e dai suoi punti di vista[2]      Questo metteva in discussione l’assetto terapeutico psicoanalitico fondato sul paziente

 

bisognoso di fronte all’analista neutrale e interprete non partecipante.  Anche il pensiero psicoanalitico risentiva della crisi che aveva investito tutto il mondo scientifico.
Nascono così nel mondo psicoanalitico teorie che focalizzano le dinamiche interpersonali e si muovono, intrecciando riferimenti filosofici provenienti dall’ambito fenomenologico (Husserl, Heidegger, Karl Jaspers, Ludwig Binswanger, EugeneMinkowski…) dall’ambito costruttivista,

(George Kelly, George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick, Lev Vygotskij…), e da quello ermeneutico (Hans Gadamer,  Paul Ricoeur…).
L’esperienza è qui intesa come frutto di una creazione continua soggettiva e intersoggettiva, alla cui costruzione contribuiscono varie componenti interagenti fra loro, provenienti sia dal mondo interno che esterno al soggetto.
La creazione/ ricreazione dell’esperienza è continua. Presente e passato si creano e ri-creano uno sull’altro. Nel presente vive il nostro passato e, nel racconto, il passato è ricreato dal e nel presente.
Anche l’inconscio è in continua for/ rifor -mazione e rimanda costantemente alla relazione.
Attualmente, possiamo, grosso modo (modo chiaramente riduttivo e impreciso), individuare, in ambito psicoanalitico, alcuni filoni che assumono al loro interno un’ottica che si fa interprete del cambiamento del pensiero “post positivista”: l’infant research, il filone più dichiaratamente costruttivista, quello più fenomenologico e quello che si rifà alla teoria del campo:
●       L’infant research, il cui esponente più noto è Daniel Stern, utilizza metodi sperimentali di         laboratorio per studiare lo sviluppo del bambino, riportando poi tali risultati nell’ambito della teoria e della prassi psicoanalitica.
      L’indirizzo interrelazionale/ intersoggettivista, pur collocandosi in ambito psicoanalitico, si scosta da un’ottica pulsionale, abbracciando la teoria dell’attaccamento di Bowlby e incrociandola con i dati provenienti dall’Infant research.

       L’indirizzo fenomenologico che unisce  il vertice di osservazione della fenomenologia  e  le sue applicazioni in ambito psicopatologico con la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.
●       Il modello di campo, si pone in continuità con la tradizione classica psicoanalitica accogliendo e sviluppando tutto ciò che nei vari autori (Freud, Ferenczi, Klein, Winnicott, Baranger, Bion, Meltzer …) prelude alla concezione di uno scenario terapeutico in cui coesistono una molteplicità di attori tra loro interagenti (Ferro.) e aprendosi alla ricerca neurofisiologica e neuropsicologica (Mancia…) e talora all’infant research (Stern, Emde…) e alla psicologia dell’io (Kohut)


il filo conduttore in tutti questi diversi approcci è la consapevolezza della partecipazione continua dell’analista in un processo terapeutico co-costruito e all’interno di una continua negoziazione della relazione nel qui ed ora.


L’INFANT RESEARCH


Stern (2002..) e i suoi collaboratori (Lichtenberg, Emde, Greenspan, Beebe, Lachmann, ) hanno dimostrato che l’essere umano, fin dalla nascita, è “programmato” per relazionarsi con gli altri, confutando così la tesi del “narcisismo primario di Freud” e le teorie a ciò conseguenti, come quella dell’esistenza di una fase “autistica normale” nel neonato. (Mahler)
Questa scoperta ha portato alla concezione di una psicoanalisi improntata al “relazionale” e all’”intersoggettivo”, affermando che l’intersoggettività è condizione di umanità (Stern)
Attualmente Stern parla di “present moment” e “now moment” come momenti di scambio intersoggettivo, a forte pregnanza affettiva e di riconoscimento reciproco che accadono in seduta e che si configurano, all’interno del processo terapeutico, come veri e propri motori del cambiamento, al di là dell’interpretazione.


 L’INTERSOGGETTIVISMO


Nella prospettiva interrelazionale/ intersoggettivista sono confluite scuole di pensiero aventi origine da varie correnti all’interno del mondo psicoanalitico, a partire, ad esempio, dalle teorie interpersonali (Sullivan) e delle relazioni oggettuali, dalla Psicologia del Sé (Kohut.) e dai tentativi di integrare Infant research e psicoanalisi. Tutti postulano una mente intrinsecamente diadica, interazionale, interpersonale, sociale, funzionante in tal senso fin dalla nascita (rifiutando la tesi Freudiana del narcisismo primario inteso come totale indifferenziazione) e avanzano una visione del rapporto terapeutico che si fonda soprattutto sull’interazione.
Tra le più importanti si impongono:

 

●         A) La corrente interrelazionale, elaborata da Stephen Mitchell (2000), in continuità con Sullivan e a cui appartengono anche Lewis Aron, Jessica Benjamin, Philip Bromberg, Donnel B. Stern ed altri.  In questa prospettiva la mente funziona con una forte”matrice relazionale” che intesse e organizza i molteplici aspetti dell’esperienza umana lungo tutto l’arco della vita. Su un piano terapeutico ne consegue che il lavoro analitico è basato sulla possibilità di cambiamento dell’organizzazione di base del mondo relazionale dell’analizzando,, senza  con ciò sminuire l’importanza dell’acquisizione di consapevolezza rispetto a deficitarie o traumatiche esperienze precoci.
●         Per Mitchell Il transfert è inteso come riproduzione nel “qui e ora”, delle stesse modalità patologiche con cui l’analizzando ha affrontato o è solito affrontare specifici temi conflittuali, nella ricerca di nuove soluzioni di fronte alle caratteristiche della situazione presente. 
●         Mitchell considera fattori imprescindibili della prospettiva relazionale ed essenziali nel processo terapeutico, l’interazione, l’influenza reciproca bidirezionale, e la co-costruzione del significato tra paziente e analista.
 

●        B) La corrente intersoggettivista, che, a partire da Merton Gill (1994), si sviluppa poi con  Robert Storolow (1992), George Atwood (1992), Donna Orange(1997) ed altri. Lascio la parola all’IPPA, l’Istituto di Psicologia Psicoanalitica di Brescia che si situa in quest’ambito e che così si presenta: [3]” La Scuola, sin dalla sua nascita, si è segnalata e contraddistinta per

 

una concezione della psicoterapia psicoanalitica tesa a privilegiare l’aspetto relazionale, intersoggettivo e interattivo in coerenza con le risultanze della psicologia evolutiva, dell’infant research, delle neuroscienze e delle altre discipline di confine.
La Scuola ha avuto sin dall’inizio, come suo punto di riferimento e maestro M. Gill, con cui è stata in contatto fino alla sua scomparsa. La nostra parabola teorica ha seguito la sua e, quindi, il nostro approdo al modo di pensare costruttivista ha seguito il suo.
La nostra visione costruttivista concepisce la situazione psicoterapeutica come una interazione intersoggettiva e considera l’interazione, in ogni suo aspetto, come intrinseca alla procedura.
 In quest’ottica, analista ed analizzando costituiscono un cerchio intersoggettivo in quanto l’interazione diventa il veicolo della soggettività di entrambi e quindi l’oggetto da osservare, capire, interpretare, compito questo che l’analista svolge attraverso la sua posizione ‘meta’ o ‘asimmetrica’”.

 

L’INDIRIZZO FENOMENOLOGICO

 

Lascio anche in questo caso ai rappresentanti di tale indirizzo raccontarsi attraverso  la presentazione della Scuola di specializzazione di Padova da loro fondata[4].                     

 

“Le basi storico-scientifiche dell'indirizzo sono, dunque, su un versante, la fenomenologia di Husserl e di Heidegger e le sue applicazioni in ambito psicopatologico: la fenomenologia soggettiva di Karl Jaspers, la Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger, la fenomenologia strutturale di Eugene Minkowski e Emil von Gebsattel; sull'altro versante, la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.

Il rapporto tra psicoanalisi e fenomenologia ha una significativa origine storica nella figura di Franz Brentano che ebbe come allievi sia Freud che Husserl. Affrontato sul piano teorico fin dalla nascita dei due indirizzi (ad esempio da Fink, allievo di Husserl e nel carteggio Freud-Binswanger), tale rapporto si è sviluppato ed è stato facilitato dall'evolversi delle concezioni scientifiche e culturali.

In accordo con i più recenti studi epistemologici sulle strutture e sui sistemi complessi, la psicoanalisi post-freudiana si è allontanata dalle basi naturalistiche dell'impianto teorico e ha modificato l'impostazione classica del setting psicoanalitico, riconoscendo il ruolo dell'osservatore nello studio dei fenomeni e la rilevanza del significato e dello stile personale insito in ogni manifestazione psicopatologica. Alcuni sviluppi della psicoanalisi (si pensi a Bion, Racamier, Matte Blanco, Resnik, Rosenfeld, Segal, Searles) hanno rinnovato l'interesse per l'epistemologia e sottolineato l'importanza dell'intersoggettività e del linguaggio sia nella teoria che nella psicoterapia.

L'orientamento inaugurato dagli psicopatologi e dagli psichiatri fenomenologi, d'altra parte, ha contribuito a trasformare in modo radicale l'idea di cura psicologica, delineando, come dice Borgna (1973), le “fondazioni antropologiche della psicoterapia”. Riconoscendo, infatti, e tematizzando la differenza essenziale tra metodo naturalistico e metodo fenomenologico, la psichiatria di Binswanger, Minkowski, von Gebsattel, Tellenbach, Straus ha consentito di vedere la reificazione della persona implicita nell'atteggiamento delle scienze naturali e ha posto le premesse per un'alternativa scientifica alla psicopatologia e alla psicoterapia tradizionali. In questa prospettiva il fenomeno “malattia mentale” viene compreso in una dimensione antropologica e relazionale come esperienza umana dotata di senso, con una sua fondazione e una sua articolazione di significato.

Sul piano epistemologico e teorico il terreno d'incontro tra la psicologia del profondo (intesa nell'ottica di Benedetti) e la fenomenologia è costituito dal comune rifiuto del naturalismo e dalla centralità della nozione di intenzionalità. Tali premesse aprono immediatamente l'orizzonte della psicopatologia e della psicoterapia verso il rapporto intersoggettivo inteso come essenziale con-esserci.

Sul piano psicoterapeutico, psicoanalisi e fenomenologia condividono la scelta di rivolgersi al vissuto (e non al comportamento) del soggetto e il rilievo dato all'incontro umano, inteso in senso dialogico, producendo una rilettura della nozione freudiana di transfert e del contro-transfert che ha lo stesso senso del Mit-Dasein fenomenologico (cfr. Blankenburg, 1983).

Da queste premesse derivano comunanze metodologiche, come l'impiego della narrazione, dell'ascolto, del silenzio, dell'intuizione, dell'empatia, dell'interpretazione interattiva”.

IL MODELLO DI CAMPO


Non è facile delineare un vero e proprio “modello di campo”, in quanto all’interno di questo vertice di osservazione, mutuato dalla fisica, il dibattito è vivace. Nella psicoanalisi italiana il modello di campo si sviluppa in un crocevia dove si incrociano, oltre ai criteri costruttivisti già citati della fisica quantistica, le concettualizzazioni dei coniugi Baranger(1961), la teoria della mente di Bion e un clima culturale sia italiano che proveniente da oltreoceano che sempre di più mette in luce la natura costruttiva e relazionale di quanto avviene in analisi. L’idea, concettualizzata dai Baranger, propone la coppia paziente-terapeuta inglobata in un campo da essa stessa creato che li rende complementari e coinvolti nello stesso processo dinamico, campo in cui si dispiegano numerose fantasie inconsce latenti  provenienti da entrambi i membri della coppia al lavoro (“fantasie bi-personali”). D’altra parte, anche Bion, indipendentemente dai Baranger, formulava l’ipotesi di un continuo interscambio tra analista-paziente di fantasie inconsce prodotte da continue identificazioni proiettive. L’elaborazione di Bion(1962) del concetto di identificazione proiettiva, toglieva, infatti, quelle caratteristiche “negative” con cui M.  Klein (1946) aveva connotato questo suo importante concetto, rendendolo uno “strumento” di lavoro della coppia analista-paziente. Ecco quindi che l’intreccio di questi due vertici (quello dei Baranger e quello di Bion) hanno fatto lievitare pensieri e tensioni verso la teoria del “campo” anche se, come spesso accade per le nuove idee, abbiamo una gamma di sfumature difficili da sintetizzare. E così, mentre per alcuni autori il campo è solo una metafora riferita agli aspetti relazionali del “luogo” analitico per altri, invece, il modello di campo nasce proprio “dalla necessità di ampliare il punto di vista relazionale, senza perdere di vista la prospettiva storica e le sedimentazioni teoriche che mantengono la profondità e le caratteristiche proprie dell'esperienza psicoanalitica”[5]. Diciamo, tuttavia, che alcuni

punti sono senz’altro chiari e comuni ai vari autori:              

·         vertice osservativo che tiene conto dell’inconscio

·         inclusione dell’analista all’interno del campo “osservato”

·         critica alla rigidità dell’interpretazione diretta della fantasia inconscia

·         l’interpretazione è co-costruita nel qui ed ora del campo, a partire dai “personaggi” co-narrati che hanno preso forma al suo interno e che hanno portato a delle nuove co-costruzioni di senso e alla nascita di nuovi pensieri co-pensati

·         il campo come uno spazio-tempo che si attiva e si trasforma in base al funzionamento mentale della coppia paziente- analista e al cui interno si realizzano operazioni trasformative.


Tra gli autori italiani ricordiamo Francesco  Corrao (1986), profondo conoscitore e studioso del pensiero di Bion che introdusse il suo modello di campo ( mutuandolo, con precisione, dopo una scrupolosa ricerca epistemologica, dalla teoria quantistica dei campi) alla metà degli anni 80. La sua ricerca era tesa a trovare un modello (quello di rete risultava incompleto per lo scopo) che si prestasse a spiegare psicoanaliticamente i movimenti gruppali.
Altri autori come C. Neri, G. di Chiara(1997), D. Chianese(1997) ed altri, avvertono l’importanza di superare il concetto di interazione, spostandosi più verso l’intersoggettività e quindi verso quelle “aree terze” che questa mette inevitabilmente in evidenza.

Per altri ancora un’ottica di campo all’interno dell’istituzione può porsi come “campo” che ricongiunge  nella visione pluridimensionale dell’équipe degli operatori gli elementi frammentati e scissi nella “mente – campo”  del paziente (Correale (2006), Boccanegra (1997).
 Riolo (1997) conduce un’analisi che, come Corrao, si rifà puntualmente alla fisica e alle sue attuali evoluzioni, le quali, superando il dualismo tra energia e materia e tra campi e oggetti, approdano all’ipotesi secondo cui ciò che ad un livello di osservazione appare come realtà indipendente (particelle, singoli elementi del campo), in realtà è determinato dalla diversa intensità dei punti del campo e dalle diverse configurazioni delle sue linee di forza.  Assumere questa nuova configurazione di campo come riferimento concettuale per il campo psicoanalitico, induce Riolo ad accentuare al suo interno gli aspetti costruttivisti e creatori di nuovi elementi e di nuovo senso, cioè gli aspetti trasformazionali, anziché le differenze dei singoli elementi (transfert, controtransfert…. che non hanno realtà indipendente da quella del campo) con evidenti ricadute sul piano teorico della teoria psicoanalitica stessa e a sottolineare ancora, qualora ce ne fosse bisogno, come il concetto di campo non possa risolversi in quello di relazione, ma lo superi di gran lunga.
Grande attenzione viene quindi posta alle trasformazioni nel campo che Riolo sostiene veicolate dalle componenti affettivo/cognitive/emotive che, come onde, producono cambiamenti nel processo analitico.
Anche Gaburri (1997) sembra intendere il campo analitico come un “luogo” fortemente connotato dagli eventi emotivi che agiscono sulla realtà fattuale, trasformandola. Egli denomina tale fenomeno come “campo emozionale” (Gaburri 1997).

Per F. Borgogno (1997) il campo è anche il luogo di una paziente e sofferente attesa, un campo che si “ammala” e “parla” del disagio “portato” dai personaggi che vi entrano (familiari, figure significative…), facendosi transitare da emozioni che diventando “vivibili”, potranno poi divenire “pensabili”.

Anche per Antonino Ferro (1992;1996;1999;2000;2002;2003;2006;2007), Bezoari (1991) e Barale (1992) il campo è fortemente connotato in senso emotivo; esso è uno spazio-tempo che diviene contenitore di “intense turbolenze emotive”, dove avvengono trasformazioni dell’intera situazione analitica.  In tale spazio-tempo si dispiegano narrazioni che introducono personaggi testimoni del funzionamento della coppia analista-paziente e che in un gioco continuo di contenuto/contenitore creano la possibilità di accedere a pensieri nuovi, prima impensabili.
Le prese di  posizione più radicali nell’ambito del modello di campo, conducono ad una “rivoluzione” di tutti gli elementi psicoanalitici e delle loro variegate denominazioni; come afferma Corrao “se utilizziamo il concetto di campo non c’è bisogno di pensare allo spazio intermedio tra interno ed esterno, perché nel campo, visto che tutti i punti possono essere utilizzabili, ci possono essere [simultaneamente] interni, esterni, intermedi … perché è omnicomprensivo” E ancora c’è da chiedersi, quale pregnanza possono ancora avere concetti come quello di transfert, controtransfert, setting, se tutto nel campo è in movimento e se ciò che vogliamo ottenere in un processo analitico è certamente in direzione della trasformazione e non della fissità degli elementi?

All’interno di questa “corrente” tutta italiana collocherei due autori d’oltre oceano che mi sembrano piuttosto vicini ad essa: Ogden (1994) per il suo originale sviluppo del pensiero di Bion e per la sua formulazione del “terzo analitico” e Renik (2007) per la sua attenzione alla non neutralità dell’analista e il forte accento intersoggettivista che assegna all’incontro psicoterapico, pur collocandosi in continuità con la tradizione psicoanalitica.


L’IMPLICITO, L’ESPLICITO, IL NON FORMULATO E L’INCONSCIO


 Ultimamente, nella lettura psicoanalitica, c’è un fiorire di nuovi modelli che fanno riferimento a termini quale “implicito”, “esplicito”, “rimosso”, “inconscio”, “inconscio non rimosso” che spesso inducono a confusione perché non sempre lo stesso termine sottende un identico significato.
Vorrei, quindi, tentare di confrontare l’uso di tali termini negli autori più conosciuti per poter fare poi un’analisi comparativa di due autori che hanno entrambi recentemente scritto sugli stessi argomenti. Si tratta dei due Stern (quando si dice coincidenza!) e precisamente
Daniel N. Stern (2004) che ha pubblicato “IL MOMENTO PRESENTE -In psicoterapia e nella vita quotidiana-“ Cortina 2005;
 Donnel B. Stern (2003) “L’ESPERIENZA NON FORMULATA” Dal Cerro 2007
 Vorrei intanto chiarire alcuni termini.
 

MEMORIA IMPLICITA

Allo stato dell’arte, gli studi  neurobiologici ci dicono che la memoria implicita è:

·         la prima forma di registrazione dell’esperienza;

·         l’unica memoria possibile dalle ultime settimane di gestazione e per i primi 24 mesi della  vita;

·         è legata allo sviluppo emotivo; la sede anatomica delle reti neurali della memoria implicita è, infatti, l’amigdala, il cuore, il centro emotivo del nostro cervello.

·         si attiva attraverso la sensorialità  e non è accompagnata dalla coscienza di ricordare;

·         si struttura come memoria a lungo termine e contiene le basi di numerosi 

apprendimenti, in particolare quelli motori, per cui viene definita come “memoria

procedurale”;

·         è sempre memoria affettiva  e connota l’esperienza con un suo peculiare timbro affettivo

·         è una funzione della mente che ci accompagna per tutta la vita ed è plastica, cioè capace

di trasformazioni.

L’IMPLICITO IN PSICOANALISI 

Seguendo  Mauro Mancia nel suo libro “SENTIRE LE PAROLE” possiamo intendere con questo termine proprio quella parte della mente inconscia ma non rimossa che deriva dalla memoria implicita che abbiamo appena analizzato. “L’importanza della memoria implicita rispetto all’esplicita, relativamente alla psicoanalisi, sta nel fatto che le prime esperienze infantili – prima dello sviluppo del linguaggio, prima dello sviluppo della memoria esplicita, appunto,  sono tutte depositate in questa forma di memoria: una forma di memoria che contiene in un certo senso le esperienze più arcaiche, anche traumatiche, relative alle primissime relazioni del bambino con la madre, e che sono depositate in una forma che non permette il ricordo ma che continua a condizionare la vita affettiva, emozionale, cognitiva dell’individuo, per tutta la vita.
Ecco perché allora è possibile fare un collegamento tra la memoria implicita e un’organizzazione inconscia, cosiddetta ‘non rimossa’ in quanto la rimozione necessita della integrità  e della maturazione delle strutture indispensabili per la memoria esplicita. In altre parole, la rimozione è collegata espressamente alla memoria esplicita, ma siccome la memoria esplicita non è matura nel bambino prima dei due anni di vita, tutto ciò che avviene prima dei due anni entra nella memoria implicita e pertanto si deposita in una forma d’inconscio che non può essere rimossa”.
Non sempre, però, in psicoanalisi il termine “IMPLICITO” sta ad indicare l’implicito non rimosso. Spesso si usa questo termine per definire qualcosa che sottende qualcos’altro di cui siamo consapevoli, ma che non esplicitiamo. Altre volte viene usato, nella comunicazione tra due o più persone  come un significato affettivo che passa al di là della parole, le quali non esprimono tale contenuto affettivo.
Vediamo dunque come questi termini vengono usati da qs due autori e l’uso di tali elementi nelle rispettive concezioni del rapporto terapeutico.
 

DANIEL N. STERN

·         Il cambiamento è fondato sull’esperienza vissuta. Ci deve essere un’esperienza reale, un evento soggettivamente vissuto, con sentimenti espressi e azioni compiute in tempo reale, nel mondo reale, con persone reali, in un momento esperito come presente.

·         Il solo momento di autentica realtà soggettiva, di esperienza fenomenica, è il momento-presente.

·         La possibilità di cambiamento risiede nell’ hic et nunc.

·         il MOMENTO PRESENTE è l’elemento costitutivo basilare delle esperienze

psichiche soggettive che si estendono nel tempo.

·         Stern, seguendo la fenomenologia, vede il momento presente come la risultanza delle tre istanze Praesentatio, (il presente del momento presente), Retentio (il passato del momento presente) Protentio (il futuro del momento presente)   

·         Queste tre parti convergono soggettivamente in un’esperienza singola, unificata, coerente e globale, all’interno di un “ora” soggettivo.

·         Per momento presente si intende quel breve intervallo di tempo in cui i processi psicologici raggruppano unità percettive in grado di assumere senso e significato nel contesto della relazione.

·         Nella prospettiva greca, si tratta del  Kairos, ovvero  il momento in corso, in cui

·         accade qualcosa mentre il tempo scorre. È un fenomeno cosciente che può manifestarsi anche senza essere verbalizzato.

·         Quindi, Il momento presente non è il resoconto verbale, storico di un’esperienza, ma l’esperienza così come viene originariamente vissuta;

·         Rappresenta l’elemento fondante di ogni esperienza relazionale.

·         Tutto ciò che può succedere nei pochi attimi di un momento presente si situa nel:

conoscere implicito  che  è  inconscio non rimosso, non simbolico, non verbale, procedurale.


Qui  notiamo un uso diverso da quello comune del “conoscere implicito” O, meglio, il conoscere implicito, pur non coincidendo con la memoria implicita va comunque a costituire quell’inconscio non rimosso dove si situa la memoria implicita. Egli sostiene anche che lo scambio intersoggettivo è un processo incessante dove è sempre presente  una motivazione di base. È una condizione fondamentale della mente e di ogni relazione. Esso avviene in larga parte nel campo implicito e non richiede di essere verbalizzato per divenire terapeutico.
Anche una microesperienza può raccontarci molto sul modo di esperire la realtà del soggetto,  un “mondo in un granello di sabbia” . Il momento intersoggettivo di incontro crea un’esperienza reale vissuta in prima persona all’interno di un momento presente e dà luogo ad un viaggio affettivo condiviso, intra che consente il cambiamento terapeutico.
È un viaggio che permette la condivisione implicita  dell’esperienza senza alcuna intermediazione verbale; è un’esperienza diretta e originale, co-creata da entrambi i partner e vissuta nel qui ed ora reale dell’esperienza.
Stern, tuttavia, sempre nello stesso libro, afferma anche che ““Il momento presente è un processo implicito, e tuttavia, perché un’esperienza possa definirsi come momento presente, deve entrare a far parte della consapevolezza o di qualche forma di coscienza.”
Ne deduco quindi che il processo terapeutico si possa intendere come  formato da momenti in cui il cambiamento passa attraverso uno scambio intersoggettivo implicito, ma che entrambi i partner sentono di vivere nel qui ed ora, pervenendo ad una nuova conoscenza. Questo processo non è da intendere, tuttavia, in termini psicoanalitici classici.
Infatti, dal punto di vista psicoanalitico classico, il momento presente fungerebbe da “materiale grezzo” da cui partire per sviluppare catene associative e un processo ricostruttivo.   Dal punto di vista di Stern, invece, il momento presente rivela un mondo in un granello di sabbia”, sufficientemente degno, da solo, di attenzione clinica. Più a lungo il terapeuta riesce a soffermarsi su di esso e ad esplorarlo, senza ricorrere ad un uso eccessivo dell’interpretazione e della ricostruzione a posteriori, maggiori saranno i progressi clinici che si riveleranno.  

            
DONNEL B. STERN

 

·         “L’esperienza non formulata è il materiale che non è mai stato portato all’interno della coscienza e non il materiale che è stato rimosso dalla coscienza”;

·         tale materiale non viene fatto  arrivare alla coscienza non tanto per evitare la consapevolezza di materiale pre-interpretato (rimozione classica), ma piuttosto per evitare l’interpretazione dell’esperienza;

·         la base portante del libro “sta nell’ermeneutica […] intesa come lo studio dell’interpretazione;

·         Stern assume l’idea che l’interpretazione sia inevitabilmente di natura linguistica

·         Contesta l’idea che l’inconscio sia costituito da materiale già tutto “formato”, in attesa di essere portato alla luce;

·         L’inconscio è piuttosto l’esperienza potenziale non ancora espressa e motivata;

·         Vista così,”l’esperienza non formulata è la forma non interpretata di quei materiali grezzi dell’esperienza riflessiva, conscia, a cui possono essere alla fine assegnate delle interpretazioni verbali e, perciò, portate in forma articolata”;

·         L’atto di interpretare dà all’esperienza riflessiva la sua forma verbale, articolata;

·         Il cambiamento avviene nella misura in cui si interpreta, avvicinandosi con creatività alla novità emergente nell’intersoggettività terapeuta-paziente.

·         L’esperienza dipende dai significati che le assegniamo;

·         Il campo interpersonale determina quale esperienza non formulata venga articolata ed in quale modo; in modo analogo, è il campo interpersonale che determina quale esperienza non formulata rimanga inarticolata.

·         Attribuire al linguaggio delle proprietà costitutive non equivale ad affermare che il linguaggio determini il pensiero, ma che lo co-crei all’interno di limiti e vincoli

·         L’esperienza non formulata è una forma di dissociazione,  è un meccanismo di difesa attivo, un evitamento inconscio dell’articolazione verbale dell’esperienza, da non confondere con quella organizzata in maniera non verbale che entra nella memoria implicita e non è mai in grado di arrivare alla coscienza riflessiva;

·         il caos è la naturale forma del pensiero non sviluppato e mantenuto in qs stato come difesa e che può portare con sé un confortante senso di familiarità;

  Possiamo constatare che i due Stern partono da considerazioni comuni, individuando entrambi un tipo di comunicazione che rimane implicita pur riferendosi all’esperienza conscia (conoscere implicito per Daniel, esperienza non formulata per Donnel), diversa dalla memoria implicita, ma che entrambi collocano in quella stessa area. Essi tuttavia, pur partendo da analisi molto simili del fenomeno, arrivano a conclusioni diverse. Daniel Stern parla di attimi di comunicazione implicita, vissuti con intensità, che senza bisogno di essere né verbalizzati né interpretati sono in grado, da soli, di produrre cambiamenti all’interno di una situazione terapeutica. Per Donnel Stern, invece,il cambiamento si produce nel momento in cui l’esperienza non formulata trova una sua formulazione e interpretazione. Prevenendo la facile critica di un ritorno indietro nel tempo (Freud, Klein), Donnel Stern chiarisce che l’interpretare di cui egli parla è un interpretare ermeneutico e non “tradizionale”; non si tratta di dare delle etichette linguistiche “oggettive” a quanto emerge da un inconscio presunto inalterabile e stratificato, bensì una nuova descrizione dell’esperienza del paziente che lo conduce ad una migliore articolazione della stessa e ad una maggiore differenziazione.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Barale F., Ferro A. (1992). Negative Therapeutic Reactions and Microfractures in Analytic Communication. In: Nissim

                 L., Robutti A. (Eds.), Shared Experience: the Psychoanalytic Dialogue, Karnac Books, London, 143-165  

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Beebe, B; Lachmann, F.M. (2002)  Infant research e trattamento degli adulti. Un modello sistemico-diadico delle

Interazioni. Milano: Cortina, 2003

Bezoari M., Ferro A. (1991) Percorsi nel campo bipersonale dell’analisi: dal gioco delle parti alle trasformazioni di

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[1] Relazione tenuta a Bassano del Grappa, di cui sono in fase di pubblicazione gli atti

[2] Daniela De Robertis -  Ricerca psicoanalitica, XII, 1, 2001

[3] http://www.ippbrescia.it

[4] http://www.istitutoaretusa.it

[5]  G. Rugi - Riflessioni sul modello psicoanalitico di campo -  http://www.psychomedia.it